Posted by Leonardo 3P | Posted in Dal Mondo | Posted on 22-02-2010
REGGIO CALABRIA - “Non andare oltre”. Una lettera minatoria con pallini di fucile è stata recapitata al collega Giuseppe Baldessarro, giornalista del Quotidiano della Calabria e corrispondente di Repubblica. Il gravissimo gesto di intimidazione è stato denunciato alla Squadra Mobile. Baldessarro è il quinto giornalista oggetto di minacce in poco meno di un mese. Dieci giorni fa è stata bruciata l’automobile di Antonino Monteleone, blogger e collaboratore del quotidiano online locale Strill.it.
Posted by Leonardo 3P | Posted in Dal Mondo | Posted on 22-02-2010
ECCO I POTERI CHE PERMETTONO ALLE ORGANIZZAZIONI MAFIOSE DI STRINGERE I TENTACOLI ATTORNO ALLA COSA PUBBLICA
Trezzano sul Naviglio (MI) ; 22/02/2010
MILANO - «Un vero e proprio sistema di corruzione». Lo scrive il gip di Milano, Giuseppe Gennari, nell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato in carcere l’ex sindaco Pd di Trezzano sul Naviglio Tiziano Butturini, marito dell’attuale sindaco Liana Daniela Scundi, oggi presidente del Cda di Tasm e di Amiacque (aziende pubbliche che si occupano della tutela e della gestione delle risorse idriche nel milanese), e l’ex assessore al lavori Pubblici dello stesso Comune, oggi consigliere comunale Pdl e nel Cda di Tasm, Michele Iannuzzi. I due politici sono stati arrestati con l’accusa di corruzione nel corso di un’operazione contro la ‘ndrangheta condotta dalla Dia di Milano. Agli arresti anche Gino Terenghi, geometra comunale; l’imprenditore Andrea Madaffari, vicepresidente della società immobiliare «Kreiamo», già detenuto, ha ricevuto un nuovo ordine d’arresto. L’ordinanza di custodia cautelare è stata emessa dal Gip di Milano, Giuseppe Gennari su richiesta del Procuratore aggiunto della Dda Ilda Boccassini e dei sostituti Dolci, Venditti e Storari.
Il contesto, secondo il giudice, è «quello di soggetti che mettono la loro intera rete di poteri e conoscenze al servizio dell’imprenditore disposto a retribuirli profumatamente». Il nuovo filone d’inchiesta ha portato alla luce un «sistema consolidato di pagamenti illeciti funzionali all’ottenimento da parte del Gruppo Kreiamo di favori» (autorizzazioni, concessioni e incarichi di consulenza) da pubblici funzionari. Da qui l’arresto di Butturini, Iannuzzi e Terenghi. Il primo è accusato di aver incassato una tangente di 5mila euro «nonché la promessa di somme di denaro, allo stato non quantificate, in percentuale sull’ammontare del conferendo incarico, in tal modo – scrivono gli investigatori – facendo mercimonio della funzione pubblica». Iannuzzi invece avrebbe ottenuto 9 mila euro (200mila quelli promessi) per «garantire l’approvazione» di un programma d’intervento su alcune aree di Trezzano. Di circa 2mila euro invece la tangente incassata da Terenghi insieme a «utilità consistite in lavori di ristrutturazione gratuiti presso la sua abitazione per un ammontare complessivo di 28.500 euro», per rilasciare un permesso di costruzione «in assenza di una relazione idrogeologica». Sequestrati agli indagati inoltre conti correnti per un valore complessivo di 256.500 euro.
Rete di riciclaggio internazionale ; 23/02/2010
ROMA – Una gigantesca rete di riciclaggio di denaro sporco con ramificazioni internazionali per un ammontare complessivo di circa due miliardi di euro e 400 milioni di Iva evasa. I dettagli dell’operazione Phunchard-Broker sono stati resi noti dal procuratore della dda di Roma, Giancarlo Capaldo insieme al procuratore nazionale antimafia Piero Grasso. Una rete che ha coinvolto anche Silvio Scaglia, ex amministratore delegato e fondatore di Fastweb, raggiunto da un mandato di arresto ma al momento ricercato all’estero. Scaglia ha dato mandato ai suoi difensori di concordare il suo interrogatorio nei tempi più brevi per chiarire tutti i profili della vicenda. L’imprenditore, ricercato per riciclaggio, riafferma comunque – in una nota – la sua estraneità a qualunque reato. Tra i coinvolti anche Nicola Di Girolamo, senatore del Pdl eletto nella circoscrizione estera Europa: anche per lui è stato richiesto l’arresto.
ORDINANZE – 56 ordinanze di custodia cautelare. Alcuni indagati sono stati arrestati in Usa, Inghilterra e Lussemburgo. Nelle richieste di arresto ci sono anche altri ex dirigenti di Fastweb e di Sparkle, consociata di Telecom.
Viene loro contestato di non avere adottato le necessarie cautele per evitare che le società fittizie lucrassero crediti d’imposta per operazioni inesistenti relativi all’acquisto di servizi telefonici per grossi importi.
RICICLAGGIO – L’accusa è associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio e al reimpiego di capitali illecitamente acquisiti attraverso un articolato sistema di frodi fiscali. Il riciclaggio veniva realizzato attraverso la falsa fatturazione di servizi telefonici e telematici inesistenti, venduti nell’ambito di due successive operazioni commerciali a Fastweb e a Telecom Italia Sparkle rispettivamente dalle compagini italiane Cmc e Web Wizzard nonché da I-Globe e Planetarium che evadevano il pagamento dell’Iva per complessivi 400 milioni di euro circa, trasferendoli poi all’estero.
Per realizzare la colossale operazione, il sodalizio si è avvalso di società di comodo di diritto italiano, inglese, panamense, finlandese, lussemburghese e off-shore. L’Iva lucrata veniva incassata su conti esteri e poi i soldi venivano reinvestiti in appartamenti, gioielli e automobili.
‘NDRANGHETA – Nel corso dell’inchiesta è emerso inoltre che la ‘ndrangheta, tramite emissari in Germania, soprattutto a Stoccarda, avrebbe messo le mani sulle schede bianche per l’elezione dei candidati al Senato, votati dagli italiani residenti all’estero, e le avrebbero riempite con il nome di Nicola Di Girolamo. Per il senatore l’accusa è violazione della legge elettorale «con l’aggravante mafiosa». Sponsor di questa operazione di supporto nell’elezione del parlamentare, sarebbe stato l’imprenditore romano Mokbell, che in passato aveva fondato il movimento Alleanza federalista del Lazio e poi un partito federalista.
Posted by Leonardo 3P | Posted in Dal Mondo | Posted on 11-02-2010
COLPITA LA ZONA GRIGIA; IL FAVOREGGIAMENTO DEI COLLETTI BIANCHI
Antmafia 2000 – 23 gennaio 2010
Palermo. L’ex governatore siciliano Salvatore Cuffaro, ora senatore dell’Udc, e’ stato condannato, in appello, a 7 anni di reclusione per favoreggiamento aggravato dall’avere agevolato Cosa nostra e rivelazione di segreto istruttorio.
In primo grado i giudici avevano escluso la sussistenza dell’aggravante mafiosa e avevano condannato il politico a 5 anni di reclusione. Il processo e’ stato celebrato davanti la terza sezione della corte d’appello di Palermo.
La terza sezione della corte d’appello di Palermo oltre alla condanna di Cuffaro, ha riformato le pene inflitte all’ex manager della sanità privata Michele Aiello, condannato a 15 anni e 6 mesi contro i 14 del primo grado per associazione mafiosa e ha modificato in concorso esterno all’ associazione mafiosa l’accusa di favoreggiamento contestata all’ex maresciallo del Ros Giorgio Riolo, condannandolo a 8 anni di carcere. In primo grado Riolo aveva avuto 7 anni. La Corte ha dichiarato prescritto il reato contestato ad Adriana La Barbera per morte dell’imputata. Per il resto la sentenza di primo grado è stata interamente confermata. Queste le condanne confermate per gli altri imputati: il radiologo Aldo Carcione (accusato di rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio e accesso abusivo al sistema informatico della Procura), 4 anni e 6 mesi; l’ex segretaria della Procura Antonella Buttitta (accesso abusivo al sistema informatico della Procura e rivelazione ed utilizzazione di segreto d’ufficio), 6 mesi; Roberto Rotondo (favoreggiamento), un anno; Giacomo Venezia (favoreggiamento), 3 anni; Michele Giambruno (truffa e corruzione), 9 mesi; Salvatore Prestigiacomo (corruzione), 9 mesi; Angelo Calaciura (corruzione), 2 anni; Lorenzo Iannì (truffa) 4 anni e 6 mesi. La conferma della condanna al pagamento di 400 mila euro è stata inflitta alla società ‘Atm – Alte Tecnologie Medicali (truffa). A 600 mila euro di multa è stata invece condannata la società ‘Diagnostica per immagini Villa Santa Teresa (truffa). Le due società erano state sequestrate ad Aiello ed ora sono in amministrazione giudiziaria.
Posted by Leonardo 3P | Posted in Dal Gruppo, Dal Mondo | Posted on 06-02-2010
Gianni Lannes
Chi è ?
Giornalista free lance che ha fondato un nuovo giornale on-line chiamato TerraNostra, ha collaborato per lungo tempo con La Stampa e altre testate giornalistiche di fama nazionale.
Attualmente Gianni vive sotto tutela dello Stato, e sia lui che i suoi collaboratori sono stati minacciati di morte.
Ancora Calabria, ancora intimidazioni ai giornalisti. Dopo la recente minacce a Michele Albanese, giornalista de Il Quotidiano della Calabria, la scorsa notte è stata incendiata l’auto di Antonino Monteleone collaboratore di Strill.it.
Una situazione critica e preoccupante in una realtà, quella calabrese, già di per sè molto difficile.
Non possiamo restare indifferenti di fronte a queste minacce.
Chi decide di fare un giornalismo coraggioso dalle nostre parti sa perfettamente a cosa rischia di andare incontro. Antonino Monteleone è, senza dubbio, il più spregiudicato dei giovani talenti da tastiera venuti fuori dalla palestra di Strill.it. Ha censurato senza mezzi termini politici e ‘ndranghetisti, giornalisti e funzionari. L’incendio della sua autovettura, avvenuto stanotte secondo le più classiche modalità mafiose, testimonia – ancora una volta – un fatto: la ‘ndrangheta è attenta, attentissima alle mille sfaccettature che possono in qualche modo arrecarle fastidio. Ed allora bombe per chi non paga il pizzo, bombe per gli amministratori pubblici magari un pò sordi a certe richieste, bombe per i magistrati e – perchè no – bombe per chi scrive. D’altra parte è noto che ne uccida più la lingua che la spada. Questo accade alle nostre latitudini; vorremmo tanto che – per gioco, per carità – un nostro omologo veneto o lombardo provasse per due mesi a vivere ed operare qui. Provasse ad avere a che fare con un sistema che, contemporeanemente, ti rimbalza come un muro nei suoi rappresentanti politici, ti fa piombare in un incubo quando si tratta di trattare con le banche, ti fa vivere in prima persona la storia della tela di Penelope se c’è da incassare i tuoi – sacrosanti e certificati – guadagni, non ti offre un servizio che sia uno e, nel caso in cui tu ti metta in testa, come Monteleone, che non ci sono mille modi di fare giornalismo, ma uno solo, ti minaccia, ti pedina, ti fa sentire il fiato sul collo e poi ti mette le bombe, ti incendia le auto.
Chiariamo: non è molto diverso, il caso di stanotte, dalle decine che ogni settimana registriamo con puntualità cronometrica, ma la sua portata è assai più grave. Principalmente perchè, come più volte scritto, si colloca in un momento preciso di grandissima schizofrenia e nervosismo del panorama criminale cittadino, ma ancor di più ove si consideri che Antonino Monteleone non scrive per tornaconto proprio nè per nessun altro interesse particolare. Scrive in ossequio a banali – e probabilmente superati – baluardi etici sotto forma di principi che prova,attraverso la tastiera, a difendere strenuamente. E questi principi giovano ( o dovrebbero) a tutti.
Monteleone, a meno di 25 anni, ha dimostrato in questi anni il coraggio che tanti illustri colleghi a capo di prestigiose redazioni non hanno palesato in decenni di “onorata carriera”; da Strill.it e dal suo celeberrimo blogwww.antoninomonteleone.it/ ha spiccato il volo verso ribalte sempre più nazionali senza, però, distogliere mai l’occhio dalle vicende locali che, con caustica e lucida capacità di analisi, ha sempre dipinto con contorni netti e spietati.
Ma viviamo qui, dove siamo nati e cresciuti e già ci sembra di sentirlo il coro di “se l’è cercata, ma chi glielo ha fatto fare di rompere le scatole in quel modo…a lui cosa ne entra…”.
Ecco, la differenza sta proprio qui, e comincia ad avvertirsi esattamente quando, spente le luci della ribalta, chi decide di fare il proprio dovere di uomo, cittadino e professionista resta solo e, magari, torna a casa da solo, quando è sera.
Ma in quella differenza c’è tutto quel che resta di un respiro – ormai quasi un rantolo – di libertà e di speranza per una terra che pare scavarsi da sola la fossa ogni giorno.
Lo abbiamo detto, continuiamo a dirlo: che in questo Paese a far bene il proprio lavoro si rischia la vita.
Che per una strana alchimia, è incredibilmente facile e frequente minacciare un giornalista, ma è terribilmente difficile provvedere seriamente alla protezione sua e della sua famiglia.
E tutto questo è avvilente, e mortificante. Mortificante non comprendere che tutelare un giornalista minacciato di morte deve essere automatico, come attivare anticorpi a difesa della democrazia.
Di queste cose nemmeno si parla, si continua a non volerne parlare. Dietro l’ufficialità delle dichiarazioni di solidarietà, spesso qualcuno insiste persino a storcere il muso, dice, magari sottovoce, che l’intimidazione, quello là, se l’è cercata. Che è alla disperata ricerca di visibilità, che alla fin fine non è così grave ciò che gli accade. Si permette così a chi usa la violenza di continuare a farlo impunemente.
È umiliante alzare la cornetta del telefono e sentire un caro amico, un leone di razza, un valoroso giornalista come Michele Albanese, da anni il punto di riferimento per le cronache locali e nazionali che riguardano la Piana di Gioia Tauro, che ti dice: «questa volta ce l’hanno fatta a spaventarmi, a mettere paura a me e alla mia famiglia». è umiliante, soprattutto per lui, che il suo lavoro debba mettere in pericolo i suoi affetti. Quella arrivata ieri per lettera alla redazione centrale del “Quotidiano della Calabria”, non è la prima minaccia subita da Michele, ma di sicuro è una delle più gravi per il contesto nella quale si inserisce, per i giorni di estremo allarme che sta vivendo la Calabria.
Per la bomba di Reggio, per i fatti di Rosarno che Albanese ha raccontato senza risparmiarsi, e per i quali si è speso come sempre nell’offrirne lettura a uso e consumo di inviati piovuti giù dal Nord per mezza settimana. Ha cominciato nei primi anni Ottanta, Michele, con una mano scriveva di omicidi e sequestri di persona, con l’altra issava cartelli durante le manifestazioni per l’applicazione della legge La Torre in Calabria.
Il giornalismo per lui è uno strumento di emancipazione della società, «a questo deve servire». Lotta da trent’anni in un territorio cha da oltre cento vive sotto il giogo delle stesse famiglie di mafia, Piromalli, Molè, Pesce, Bellocco, Crea, Rugolo, Mammoliti. Conosce a menadito gli interessi mafiosi che girano intorno al più grande hub del Mediterraneo; mastica amaro tutti i giorni il tradimento delle aspirazioni economiche e democratiche di un intero popolo.
Vive e lavora, guardato a vista e male dai mammasantissima che passeggiano come squali sotto il suo ufficio di corrispondenza. Lavora bene e vive male. Come male continua a vivere Nello Rega, inviato del Televideo Rai, oggetto di un pressing minatorio senza sosta. Almeno tre episodi gravi hanno riguardato lui e sua madre da quando è stato dato alle stampe un suo libro che racconta una storia d’amore vissuta con una donna islamica, un amore difficile, finito da un giorno all’altro, forse perché a lei è stato impedito di frequentare un uomo non musulmano. Lettere contenenti proiettili, la testa mozzata di un agnello.
Non c’entra la mafia, c’entra la violenza issata sui muri delle incomprensioni e dell’ignoranza, c’entra il terrorismo di matrice sciita. Continua a gridarla la sua paura, Nello. Continua a non sentirsi sicuro: «Mi proteggono a metà. Così è inutile. è anche uno spreco di soldi pubblici». Non è un Paese normale il Paese dove un senatore della Repubblica, Felice Belisario dell’Idv, per chiedere al ministro dell’Interno maggiore protezione per Rega, debba spingersi a dire: «Se Rega fosse risultato un mitomane o uno squilibrato sarebbe indagato. Invece non lo è. Da tre mesi sollecito Maroni a intervenire. Lettere, interrogazioni parlamentari, richieste di incontro. Nessuna risposta. Un silenzio deplorevole».
Belisario, la Fnsi, Ossigeno per l’informazione, tante le richieste. Ma dal Palazzo ancora non si riesce ad avere una giusta misura di protezione per un uomo in pericolo di vita. Una vita abitata a metà, come quella vissuta da Giulio Cavalli, che rischia da un paio d’anni perché da attore ha fatto uno spettacolo irriverente verso i capimafia, e da qualche settimana rischia ancora di più perché, con quella storia, si è candidato alle regionali.
A Varese! Non in Calabria, non in Sicilia, o in Campania. Ma in Lombardia.
Dove le minacce più gravi per lui non sono le telefonate anonime o i gesti intimidatori, ma la colpevole indifferenza per la questione mafiosa di una vasta parte della società e della classe dirigente che amministra. Perché la mafia a Milano non c’è. Ché la Lombardia non è affetta da questo cancro. Lo ha detto perfino un prefetto nei giorni scorsi. Dicevano lo stesso a Ragusa, nel 1972, quando fu ucciso Giovanni Spampinato, che invece non la pensava proprio così. Dicevano lo stesso a Barcellona, in provincia di Messina, quando fu assassinato Beppe Alfano. Lo urlavano a Catania quando cinque colpi di pistola raggiunsero la nuca di Pippo Fava.
E continuarono a dirlo anche dopo. A fare schermo a una forma di criminalità che resta inconfondibile, anche quando si camuffa di qualcos’altro.