Posted by Leonardo 3P | Posted in Dal Gruppo | Posted on 24-04-2009
Uno dei principali luoghi comuni che hanno contribuito a immunizzare il fenomeno mafioso dalle misure cautelari della giustizia è il pensare che le mafie nascessero e prolificassero solo in contesti prettamente maschili. Niente di più falso.
Come ci informa nel suo libro ‘Ndrangheta il professor Enzo Ciconte, storico docente all’università di Roma3, la donna è stata da sempre una figura non solo importante ma centrale nella cultura mafiosa.
Già, perché di cultura si parla ogni volta che si parla di mafia, di una sfera che include e lega la religiosità, i legami familiari, le usanze e le tradizioni locali con le volontà delle singole persone. La mafia crea miti e leggende, storie e luoghi comuni per sopravvivere al tempo e rinnovarsi generando altre germinazioni di se stessa.
In pochi purtroppo sono consapevoli che la mafia crea cultura, fa pubblicità e proselitismo, si assicura un futuro, un’eredità e degli eredi.
Ancora oggi, nonostante in materia si sappia qualcosa in più, si è portati a farci abbagliare dal potente luogo comune che vede la società mafiosa come “maschilista”, votata al sangue, all’onore e al cognome dei capifamiglia.
Non è così, anzi non lo è mai stato.
In realtà la presenza della donna nelle “onorate società” è stata certificata sin dagli albori delle loro nascite: i primi processi celebrati per ‘Ndrangheta videro imputate donne appartenenti alle ‘ndrine di Nicastro e Palmi che si erano vestite come uomini e che, con loro, avevano partecipato in prima persona ad attività criminali.
Tuttavia ad un certo punto della storia delle mafie italiane si registrò una controtendenza; le donne vennero apparentemente relegate in casa, escluse dalle attività di prima linea delle organizzazioni.
Quanto detto è l’evidenza di un fenomeno interessante: dopo le prime pressioni dello stato sui mafiosi si registra un netto crollo degli arresti di membri sesso femminile. Perché?
E’ facile intuire il motivo: i primi arresti portarono la donna ad assumere il ruolo di colonna portante della famiglia in casi di immediata necessità; ad esempio con il marito in stato di fermo cautelare, condanna, latitanza o in caso di morte. Abbondarono dunque, molto presto figure femminile votate alla vita di gregarie e fiancheggiatrici, personaggi fondamentali che senza sparare offrirono e offrono tuttora un servizio fondamentale all’organizzazione prendendosi incarichi di “retroscena”, di copertura ai latitanti, prestandosi come messaggere per lo scambio di informazioni o “pizzini”, per l’assistenza ai detenuti, collaborando alla riscossione del pizzo e tenendo la contabilità economica dei proventi, facendo pedinamenti, tutte attività in cui la presenza femminile non solo è tollerata, ma anzi risulta indispensabile.
I ruoli più strategici tuttavia sono quelli nelle amministrazioni pubbliche o nella magistratura, incarichi moderni che hanno visto e stanno vedendo in prima linea proprio le donne, usate dalle associazioni mafiose come figure che permettono l’infiltrazione ad ogni livello, lo snodo e la copertura. Il tracciato delle denunce dell’ultimo decennio del 900 è molto chiaro: una sia nel ‘90 che nel ‘91, 10 nel ‘92, 9 nel ‘93, per passare poi a 16 denunce di donne per 41 bis nel ‘94 e 89 nel ‘95. La stima segue un andamento crescente, si pensi che nel 2000 le denunce a donne per 41 bis nella sola Sicilia sono state ben 43.
C’è di più. Le madri di famiglie mafiose, in particolar modo della ‘Ndrangheta calabrese, ma anche di Cosa Nostra in Sicilia, avevano, ed hanno ancor oggi, il compito di educare i figli allo stile di vita della mafia, abituarli alle regole e all’omertà, difendere il nome della propria famiglia anche di fronte all’evidenza più sfacciata di reato e ingiustizia, creando, a loro modo, un ideale di giustizia “personalizzato”, malleabile, confuso.
Non sono rari i casi di testimonianze (le poche che si hanno in ambiente familiare) che riportano frasi simili a queste:
- - Tuo padre è in galera ma è innocente, non ha commesso lui il fatto di cui lo incolpano. Però non è un infame e quindi non dice chi è stato. -
- - Tuo padre è finito in galera perché ha fatto troppo del bene alla gente. -
Un’iniziazione alla cultura mafiosa dell’impunità e dell’omertà, tanto sottile quanto efficace.
Chi parla troppo in certi ambienti (fossero anche quelli familiari) è un infame o uno sciocco, in ogni caso va punito, educato.
Di questa atmosfera purtroppo sono impregnate l’intere società locali, fin dentro gli uffici pubblici, fin dentro le scuole, fin dentro le case.
Cambiare mentalità è importante, aprirsi al diritto e al senso comune di giustizia fa delle persone un popolo e del popolo uno Stato.
Ma la mia intenzione non è certo giudicare; so bene che molto spesso la realtà di queste donne non è stata né cercata né voluta. E’ semplicemente quello che da sempre è esistito e che per protezione della propria famiglia e dei propri affetti, purtroppo, non può che essere sopportato.
Tuttavia, se pur piccoli, i cambiamenti portano frutto a lungo termine.
Chissà se qualche donna tra coloro le quali odiano tali realtà, e a cui va tutta la mia solidarietà di uomo, non trovi la forza, per una volta, di rompere uno schema, anche piccolo, di educare i figli in modo diverso, abituarli ad essere critici prima che verso gli altri verso se stessi, avere il bene in testa e non la difesa cieca delle proprie ragioni e della ragion di famiglia, avere la consapevolezza che l’onore nasce dall’onestà e da nient’altro.
Nel caso contrario si continuerà una catena di dolore infinito; si assisterà solamente a rinnovate tragedie familiari che gridano giustizia e grattano con unghie e denti alle porte delle nostre coscienze.
* * *
Vi presento una donna, una che ha scelto di vivere come una vocazione quella che era in realtà una condanna, che ha fatto del suo fardello la nostra eredità; il suo nome è Felicia Bartolotta Impastato.
La condanna di Felicia era quella di trovarsi nell’eterna divisione tra suo marito, uno tra i cognomi più conosciuti di Cinisi, capo-mandamento e in strette relazioni col superboss Tano Badalamenti, e suo figlio Peppino, convinto spirito sessantottino che ha votato la sua vita alla lotta contro la mafia e per lo Stato.
Una mattina Felicia esce di buon ora di casa con un sacco di soldi ed un po’ di buste.
Si reca da tutti i giornalai di Cinisi e compra tutte le copie di un giornale; ma non un giornale qualunque, uno strano phamplet intitolato “L’Idea Socialista” redatto chissà dove, che recava, tra i nomi degli autori, anche quello di suo figlio, Giuseppe Impastato, Peppino.
Compra quelle copie fresche di stampa per proteggerlo, anche se qualcuna sfuggirà alla sua zelante ricerca. Quelle copie non parlavano di certo male, anzi… ma parlavano troppo, e questo si sa non è mai un bene per chi porta certi cognomi.
E’ atroce vedere un figlio che si scava la fossa con le proprie mani. Eppure quanto cuore ci metteva Peppino a scavarsi quella fossa… forse lo capiva solo lei fin in fondo.
Lo capirà ancor meglio alla sua morte, quando al funerale di quel giovane “sangue pazzo” vide mobilitarsi il popolo, quando vide striscioni di solidarietà e ricordo… la memoria è importante, la memoria delle proprie gesta rende all’uomo la vera giustizia che si merita.
Lo capirà in ultimo un attimo dopo, quando dirà ai suoi, venuti dall’America, di non volere vendette.
Perché l’odio chiama l’odio si sa, e qualcuno doveva pur fermare quella catena.
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In un altro paese, invece, un’altra donna imbraccia un martello in una giornata fredda, a testa bassa nel cimitero di Partanna in provincia di Trapani. Si avvicina chissà con quali pensieri ma con una precisa intensione: impugna l’arnese, alza il braccio contratto al cielo e vibra un colpo dopo l’altro contro una lapide marmorea, pulita, ben tenuta perché quasi nuova, marmo giovane per una giovane vita. Sulla lapide l’effige infranta ma sorridente di una ragazza: Rita.
Ragazza qualunque? No, indubbiamente no, perché se fosse stata una ragazza qualunque non sarebbe morta e la sua memoria non sarebbe stata così profanata. Aveva il peso di un cognome da portare, importante, rispettato, temuto. C’era l’imbarazzo in lei, di più, la vergogna di avere nelle vene il sangue di chi spargeva altro sangue. Non ce l’ha fatta Rita a sopportare tutto questo; una settimana dopo la morte del giudice Borsellino, che si fece suo tutore dopo la sua scelta di collaborare con la giustizia, si toglie la vita. Voleva molto bene a Paolo.
Ora quei colpi, consecutivi, scanditi dalla rabbia, che fanno tanto più male di quanto ci si poteva aspettare, perché ad infliggerli è sua madre, venuta mesi dopo la sua morte al cimitero, assente anche al suo funerale come del resto tutto il paese.
Un gesto per cui non si riescono o non si vogliono trovare parole. Una di quelle cose “che un uomo non dovrebbe nemmeno sapere che un altro uomo l’ha fatta”. Colpevole di avere tradito la famiglia e il suo buon nome, la rispettabilità, l’onore.
Colpevole di aver collaborato con la giustizia e fatto i nomi di suo padre, di suo fratello, del suo compagno, del sindaco.
Disonore, infamia, tradimento…
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Anche questa storia si apre con una donna, il suo nome è Rita Di Giovine, di origini calabresi ma trasferita a Milano è in attesa nella sala d’aspetto di una caserma dei carabinieri, arrestata in flagranza di reato con addosso oltre mille pasticche di ecstasy, diventerà collaboratrice di giustizia molto presto, denunciando i suoi per traffico di stupefacenti (oltre 150 chili di eroina) e traffico di armi (dalle basse pezzature fino ai missili anticarro); fa parte di una delle famiglie più temute della ‘Ndrangheta, ma non ne va di certo fiera, nonostante ella sia stata complice e membro di spicco degli affari della famiglia, nonostante ella sia a conoscenza delle regole dettate dalla mafia, dai giochi di potere, dalle strutture patriarcali.
C’è un limite che divide nettamente ciò che è umano e ciò che è disumano, anche per gli affiliati, anche per i criminali.
Il limite suo padre l’aveva superato da molto tempo: abusava di lei in casa, aveva cominciato tempo addietro e la cosa era continuata… fino a che un giorno Rita si accorse di essere incinta. La situazione è fuori controllo.
Ma non è tanto questo che ha fatto più male, non ancora… se possibile c’è anche di peggio. Questo genere di ferite non guariscono, e sono difficili anche solo da lenire, ma il colpo di grazia glie lo diede sua madre che sapeva e taceva. Non appena conobbe con una certa chiarezza che Rita era incinta non volle nemmeno più sentire parlare di lei, la rinnegò, la cacciò di casa con l’accusa di non essere stata abbastanza forte da resistere a certe lusinghe paterne, e, in qualche modo, di averle giustificate con quel suo comportamento al limite del lascivo, di averle adescate…
* * *

Ecco un’altra storia, l’ultima; la storia di una scelta che ad oggi trova solo due possibili spiegazioni.
Vincenzina Marchese in Bagarella, sorella di Pino Marchese il pentito, si è tolta la vita… era nel covo di suo marito Leoluca, allora latitante, stirava…
E’ stata ritrovata appesa ad una trave… sola…
Le voci poi sono tante ma si sa, non si debbono dire, solo pensare.
Aveva perso da poco il figlioletto in gravidanza, pensava fosse una maledizione, per Cosa Nostra, per Leoluca Bagarella, suo marito, il mandante di quella vergogna…
…Glie lo aveva detto lui a Brusca e agli altri di torturare, uccidere e sciogliere nell’acido il piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio dell’altro pentito, Di Matteo.
Vincenzina pensava fosse una maledizione la sua: che suo figlio non avesse visto la luce del Sole perché ad un altro bambino Leoluca aveva negato la stessa luce? Oppure c’è dell’altro?
Altri dicono che era per quel fratello di cui si vergognava, l’infame, il traditore…
Che l’abbia fatto per suo marito? Cosa Nostra gli stava col fiato sul collo a causa di quel suo cognato snaturato… erano irrequieti…
A Cosa Nostra serviva un po’ di sangue,
un altro pezzo di carne per pareggiare i conti, un sacrificio umano…
Forse si è sacrificata per salvare Leoluca, per amore di suo marito…
…si è offerta come vittima innocente per evitare altre morti…
… per placarli… …una volta per tutte…





